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Ci vorrebbe una didattica slow

Cosa è successo? Stavo leggendo Era una notte buia e tempestosa e poi si è spento tutto.

Ricordo come in un sogno i nostri occhi che si incrociano, colleghi, occhi interroganti, i primi provvedimenti che si affastellano, le prime decisioni da prendere, l’ultima volta che ho parcheggiato l’auto nel cortile della scuola. Poi la scrivania, gli auricolari, occhiali, il pc, lo smartphone, caricabatterie, cuffie, modem, iPad, chiavette, appunti, libri, burro di cacao, il collirio, acqua, un cavalletto per reggere lo smartphone, la piastra per i capelli. Fuori la paura.

È cambiato tutto.

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Consigli di "classe" davvero speciali

Copertina del podcast

 

Metti una sera in rete con Alessandro Bencivenni che ti intervista.....e viene fuori quella "scuola secondo me" decisamente fuori dagli schemi.

Come quella volta che ho visto la scuola che verrà:

  • la presenza dello studente viene registrata da un totem all’ingresso;
  • il cronoprogramma della giornata scorre su diversi monitor posizionati in angoli strategici;
  • non esistono le classi, ma le aule disciplinari che i docenti della stessa materia condividono;
  • l’orario delle lezioni è flessibile;
  • si interagisce in situazione e anche a distanza con il docente attraverso l’uso di diversi dispositivi messi a disposizione dalla scuola.

Nell'intervista con Alessandro Bencivenni troverete tutte le mie "visioni" intorno alla mia professione di insegnante. Perché poter costruire il futuro resta il lavoro più bello del mondo.

 

Consigli di Classe - 9 - Paola Lisimberti

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E se "la scuola" ti invia messaggi? Potrebbe essere un...BOT! "A che serve"?

A tutti i docenti sarà capitato, almeno una volta nella carriera, di sentirsi rivolgere la fatidica domanda: “Prof, a che serve quello che stiamo studiando?”.

È una domanda che, il più delle volte, spiazza. Perché in essa si concretizza l’essenza dell’insegnamento. Nel caso dell’oggetto di questo articolo, la domanda coincide, per lo studente e per l'insegnante. “A che serve?”.

L’abilità nello scrivere del codice in un linguaggio di programmazione è uno dei principali obiettivi specifici di apprendimento del secondo biennio del Liceo Scientifico Scienze Applicate (Decreto Interministeriale 211 del 2010 - Regolamento indicazioni nazionali nuovi Licei).

Trattando questo tema, il rischio è di cedere al tecnicismo sintattico e semantico dello specifico linguaggio, perdendo di vista le competenze richiamate dallo stesso decreto, ovvero le “conseguenze sociali e culturali” derivanti dall’uso degli strumenti informatici.

Invece, sia lo stesso decreto che, soprattutto, il framework europeo DigComp2.1, pongono l’attenzione sullo strumento digitale finalizzato allo sviluppo di competenze di problem solving, creazione ed innovazione, più che sulla programmazione in senso stretto, auspicando anche sinergie con il territorio.

In estrema sintesi, un invito a sviluppare le competenze tecniche senza perdere elementi di contesto socio-culturale. A che serve studiare una iterazione per vero?A che serve utilizzare un libreria di sistema?A che serve dichiarare una variabile intera?A che serve il software che sto realizzando?

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Il digitale come plug-in della didattica

Un plug-in, tecnicamente, in Informatica rappresenta una estensione di funzionalità non autonome di un programma principale. Ne estende, quindi, le potenzialità, non le aggiorna, come, invece, fa una patch, ossia una porzione di codice progettato per aggiornare l'esistente.

In epoca di emergenza Covid-19 (alias coronavirus), invece, il mondo della scuola sembra aver improvvisamente scoperto l'importanza delle tecnologie ma, invece che usarle a supporto della didattica, le sta usando per aggiornare una versione precedente di se stessa. Come farebbe una patch, appunto. 

Faccio un salto indietro nel tempo e mi ritrovo nel 2008. 12 anni fa. 
Sembra una fiction che va in onda sulle reti Rai in questi stessi giorni ma non è così.

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Insegnare un lessico per capire il presente

Anno scolastico iniziato. Si entra nel vivo già dalla prima settimana. Qualcuno già corre ancora inseguito dal programma. Qualcuno già pensa allo scrutinio. Qualcuno non ha ancora iniziato perché mancano gli insegnanti. E poi ci sono quelli che si ostinano, quelli che guardano sempre all'aria che riempie il bicchiere pieno d'acqua per metà. Ed il bicchiere è sempre pieno. Tra quelli che si ostinano ci sono anche io, ma non sono sola. L'ostinazione si esercita soprattutto nella ricerca di tutte quelle chiavi che aprono le porte della vita, in modo che quello che si studia a scuola, gli autori che si leggono, le poesie che si analizzano, le cose che si imparano, siano davvero per studenti e studentesse un patrimonio da custodire e mettere a frutto quando saranno fuori, nella vita vera, nel mondo reale. Ve lo dico così, semplicemente, altrove si parlerebbe di competenze di cittadinanza, digitali e di comprensione di testi scritti di varia natura. Ma io ve lo racconto diversamente, perché raccontato in didattichese è piuttosto noioso.

Dal 7 al 13 ottobre si svolge ad Ostuni il festival della cooperazione internazionale, una di quelle cose che si devono annoverare tra le cose belle, coordinato dal dott. Francesco Colizzi, uomo di grande umanità ed esperienza straordinaria.

Un programma nutrito di eventi, incontri, scambi: la scuola non può restare a guardare, non può continuare a vivere delle sole cose che stanno sui libri di testo. Bisogna trovare il modo di ampliare gli orizzonti, aprire le finestre, trovare le chiavi. E incontrando Gianluca Solla e il volume Lessico della crisi e del possibile. Cento lemmi per praticare il presente, a cura di F.O.Dubosc, potremo dare ai nostri studenti qualche chiave.


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Intervista a Luca Scalzullo, l'innovazione fatta con il cuore

  1. Innovatori si nasce o si diventa?

Inizi col botto, se questa è la prima domanda, tremo all’idea delle altre. E’ nel galateo della comunicazione non rispondere ad una domanda con un’altra domanda, ma in questo caso, mi perdonerai la violazione, ma mi pare necessario. Per sapere se innovatori si nasce o si diventa forse occorre chiarire prima cosa si intende con la parola ‘innovatore’, soprattutto in un momento storico in cui la confusione generata da una comunicazione facile, immediata rapida e sintetica ha ottenuto come risultato quello di confondere acque ed idee. Innovatore, infatti, è uno di quei termini usato, almeno quanto ‘cambiamento’ e ‘nuovo’.

Come parere del tutto personale l’innovazione nasce dall’ignoranza e dal dubbio. Mi spiego meglio. L’innovatore è quella persona capace di percepire l’ignoranza di un sistema, una falla, qualcosa non completamente chiaro, non completamente approfondito, una consuetudine che non soddisfa appieno un modo di fare, di affrontare la realtà. L’innovatore per circoscrivere l’area di ignoranza che lo affascina, sì perchè di fascino irresistibile si tratta, usa uno strumento enorme, il dubbio. L'innovatore è qualcuno che non smette di farsi domande, di cercare risposte e di dubitare di esse per ricominciare un processo ciclico di ricerca continua in cui dubitare, fare domande, pensare, fare errori, raggiungere risultati per tornare a dubitare ancora. 

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