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Intervista a Luca Scalzullo, l'innovazione fatta con il cuore

  1. Innovatori si nasce o si diventa?

Inizi col botto, se questa è la prima domanda, tremo all’idea delle altre. E’ nel galateo della comunicazione non rispondere ad una domanda con un’altra domanda, ma in questo caso, mi perdonerai la violazione, ma mi pare necessario. Per sapere se innovatori si nasce o si diventa forse occorre chiarire prima cosa si intende con la parola ‘innovatore’, soprattutto in un momento storico in cui la confusione generata da una comunicazione facile, immediata rapida e sintetica ha ottenuto come risultato quello di confondere acque ed idee. Innovatore, infatti, è uno di quei termini usato, almeno quanto ‘cambiamento’ e ‘nuovo’.

Come parere del tutto personale l’innovazione nasce dall’ignoranza e dal dubbio. Mi spiego meglio. L’innovatore è quella persona capace di percepire l’ignoranza di un sistema, una falla, qualcosa non completamente chiaro, non completamente approfondito, una consuetudine che non soddisfa appieno un modo di fare, di affrontare la realtà. L’innovatore per circoscrivere l’area di ignoranza che lo affascina, sì perchè di fascino irresistibile si tratta, usa uno strumento enorme, il dubbio. L'innovatore è qualcuno che non smette di farsi domande, di cercare risposte e di dubitare di esse per ricominciare un processo ciclico di ricerca continua in cui dubitare, fare domande, pensare, fare errori, raggiungere risultati per tornare a dubitare ancora. 

Ricordo un convegno organizzato ai tempi dell’università, un convegno sulla filosofia della scienza, un convegno sullo spazio e il tempo. Mi colpì l’intervento del professor Giulio Giorello che esprimeva e raccontava concetti astrusi e contorti con la tenera ingenuità di un bambino. Ci raccontava del ruolo del dubbio e della differenza nel progresso scientifico, ruolo che mi piace estendere all’innovazione in genere.

Ex Contradictione Sapientia dicevano i latini ed è esattamente questo il punto. Ogni fenomeno fisico nasce da una differenza, il calore si trasmette per la presenza di una differenza di temperatura, un oggetto cade sotto l’effetto della gravità per la presenza di una differenza di altezza, i nutrienti attraversano la membrana cellulare per osmosi per la presenza di una differenza di pressione e così via. In un processo di innovazione il dubbio genera una differenza, mette in crisi il sistema e impone l’inizio di un processo spontaneo di cambiamento, di innovazione appunto. Capisci la forza di un dubbio? Per dirla con Geymonat, il progresso e l’innovazione può essere riassunto in uno slogan “contestare e creare” ed è in questa palude che sguazza l’innovatore, una sorta di libertino in cerca continuamente di esperienze intellettuali nuove, preso dalla lussuria data dalla passione del conoscere, dell’andare avanti, del non fermarsi mai, di non accontentarsi mai di un punto di vista raggiunto.

Ora la risposta. Innovatori si nasce o si diventa? Penso entrambi. Al dubbio ci si allena, alle domande ci si abitua, come in uno strano algoritmo, ma la realtà è che quando il dubbio è connaturato alla tua natura, quando sai usarlo per dono divino, allora l’innovazione che puoi portare avanti può avere risultati incredibili. 

Immagino che la domanda riguardi il nostro mondo, la Scuola.  Mi sia concessa una punta polemica. Eravamo partiti bene, ma non so dove uno scambio non è stato attivato ed il treno ha preso una direzione parallela, imprevista, non fruttuosa. Credo che nella scuola stiamo pericolosamente confondendo l’innovazione con gli strumenti atti a realizzarla. Ho fatto formazione ai colleghi in tante scuole e mi accorgo sempre più che scuole che si definiscono innovative sono solo dotate di robot, LIM, ambienti di apprendimento innovativi, tutti usati in noiosissime lezioni frontali. Troppi colleghi, che si definiscono innovatori, sono poco più che super specialisti, capaci di spiegare il funzionamento del più piccolo dei chip, ma disattenti sulla cosa principale, il dialogo, la comunicazione, la didattica, lo sviluppo dell’autonomia intellettuale dei ragazzi. 

Eccolo il punto. Baricco in the Game distingue l’Innovazione Tecnologica da quella Culturale. Pensa all’invenzione della stampa o del motore a vapore. Hanno cambiato il mondo, ne hanno accelerato lo sviluppo, ma è vera innovazione? Pensa invece all’Illuminismo o al Rinascimento o al fenomeno Silicon Valley degli anni ottanta. Converrai con me che in questi ultimi casi a cambiare è stato il modo di pensare delle persone scatenando, in una incontrollabile reazione a catena, il cambiamento del mondo. Nella Scuola abbiamo bisogno di questo cambiamento, un’inversione del punto di vista, lo stravolgimento del modo di pensare, di quelle consuetudini a cui troppo spesso ci si abbandona passivamente.

                    2.Parlaci dell’insegnante che ti ha cambiato la vita

Uno su tutti, e questa volta senza dubbi, il professore Reuel Shinnar. Ti spiego. Quando ero all’Università usufruii di una borsa di studio per completare una parte della tesi negli Stati Uniti, al city College of City University of New York. Non ero il primo che partiva, ma rischiavo di essere l’ultimo. Il fondo era in esaurimento e credo di essere partito per merito certo, ma anche per ragioni di rendicontazione.

 

Dico questo perchè, una volta a NYC, faticavo a trovare il mio ruolo in dipartimento. Non era predisposta nessuna vera ricerca, non avevo un tutor ed ero ospite in un laboratorio grande come casa mia. Per di più scoprii lì che il fondo copriva il viaggio e che il resto era a carico mio; nella prima parte del soggiorno dormii su un materasso preso per strada, a terra in una stanza a Spanish Harlem in condizioni igieniche minime e a 400 $ al mese. Passavo il tempo a leggere articoli scientifici fino al giorno in cui arrivò in laboratorio la telefonata del professore, un vecchio ultraottantenne in precarie condizioni di salute ma con una lucidità impressionante. Percepii il suo valore e la sua importanza quando, quel giorno, tutti i presenti in laboratorio si alzarono in piedi, come se al telefono lui potesse vederli uno a uno. Convocò una riunione plenaria, con tutti quelli che lavoravano nei suoi laboratori. Eravamo una trentina, professori ordinari, professori straordinari, professori associati, ricercatori, borsisti, ricercatori ospiti ed io, mr X. Mi fu detto che con lui avevano diritto di parola solo i professori ordinari, tutti gli altri potevano limitarsi ad ascoltare. Essendo arrivato tardi mi fu riservato l’unico posto libero, a capotavola, di fronte a lui che non smise un attimo di guardarmi fisso negli occhi. Ricordo la discussione sull’acquisto di un miscelatore industriale da decine di migliaia di dollari. Dopo tre ore di discussione, sfinito, alzai la mano con un gesto a rallentatore, involontario, mentre la mia testa mi diceva di restare fermo immobile. Ti è mai capitato di dimenticare le chiavi dentro casa, di saperlo e di chiudere la porta lo stesso? Ecco quella era la sensazione. In soldoni dissi di aver regalato io il miscelatore al Dipartimento e mostrai a tutti i risultati degli esperimenti (non riesco a restare fermo con le mani in mano). Tralasciando gli insulti degli altri, osservai con paura il prof leggere con molta attenzione quello che avevo scritto e proferire quelle parole pesanti come mannaie - FA SCHIFO! MA SENTO PROFUMO DI QUALCOSA DI BUONO. Poi mi portò in laboratorio, voleva vedere il famoso miscelatore industriale che avevo comprato, un frullatore da tre dollari. Il giorno stesso mi firmò un contratto ed iniziai a lavorare direttamente con lui. 

Non ero bravissimo, ma a lui piaceva e stimolava il dovermi convincere della forza delle sue idee. Sapevo del suo essere ebreo e sapevo che, data l’età, aveva vissuto, da vicino, la Shoah. Un giorno mi feci coraggio e gli chiesi di sapere. Mi portò a pranzo e parlò di quei giorni per sette ore di fila, senza fermarsi mai. Confesso che lo ascoltai senza mangiare un solo boccone. Chiuse la serata dicendomi che i suoi figli, quella domanda, non gliela avevano mai fatta. Instaurammo un rapporto speciale e ancora oggi ricordo ogni parola delle nostre chiacchierate. Perchè speciale? Pazienza... 

Una mattina mi trovo sotto il portone di casa un omone di colore, più alto di me e dietro di lui una limousine gigantesca con il mio prof dietro, vestito con una polo, un bermuda chiaro ed un cappellino di paglia stile coloniale. Ero sorpreso, imbarazzato e lui mi disse che era venuto ad aiutarmi a traslocare e a sistemare casa per darmi il benvenuto in America. Quando lui era arrivato dall’Europa il suo professore lo aveva aiutato ed ora era giusto che lui aiutasse me, sperando che, un giorno, io avrei fatto lo stesso con i miei studenti. La salute lo limitava ed aveva chiesto all’autista di sostituirlo nel lavoro fisico. Ecco il primo punto. 

Dopo una discussione con un collega mi chiamò in ufficio e mi raccontò i motivi del contendere. Il suo collega opponeva argomentazioni tecniche, equazioni, anche complicate, faceva grafici, citava teoremi, faceva il tecnico. Lui rispondeva con dubbi, argomentazioni, soluzioni ed altri dubbi ancora. Non capii molto della discussione, troppo complicati i temi, ma ricordo la sua conclusione. Nella vita - disse - ricordati di essere sempre A VERBAL MAN, NOT, NEVER AN EQUATION MAN (lo scrivo in inglese per non svilirne la forza). Aggiunse di diffidare sempre di chi sa, di chi ha troppe certezze e di apprezzare ed ascoltare sempre chi sa regalarti un punto interrogativo. Ecco il secondo punto. 

Poco prima che per una serie di sfortunati eventi fossi costretto a tornare in italia gli chiesi, roso dall’ambizione, un lavoro prestigioso, più di quello all’università. Desideravo lavorare sulle piattaforme petrolifere e nell’industria del petrolio e lui poteva aiutarmi. Mi suggerì di tornare in Italia, trovare una bella ragazza, fare un bel bambino e raccontargli di avere studiato con lui. Ovviamente la presi male, la considerai una sonora bocciatura e non la presi bene, poi mi spiegò. La vita è fatta di persone, di contatti e la crescita personale, quella interiore, le connessioni, le intersezioni, le interazioni sono più importanti di ogni successo personale. Lui, l’Albert Einstein Professor, il padre dell’Ingegneria Chimica, il consulente unico per la Exxon-Mobili con a suo nome una mezza vagonata di brevetti, se fosse tornato indietro avrebbe pensato di più alla sua famiglia, a sua moglie e soprattutto ai suoi figli, magari con meno soldi, ma con più esperienze.  

Chiudo con l’ultimo ricordo. Lo trovai che osservava un piccolo mappamondo sulla sua scrivania, uno di quelli che abbiamo avuto tutti da bambini, con una lampadina dentro e la mappa politica del mondo. Mi raccontò che quella palla gli faceva venire in mente tantissime cose e, tra tutte, uno dei suoi successi… io. Disse che quando ero arrivato a NYC, quando mi aveva conosciuto, Salerno, la mia Salerno copriva tutta la superficie del globo lasciando in un solo puntino il resto del mondo. Le ricordo ancora le sue mani nodose e lente che giravano intorno al mappamondo disegnando le sue parole. Il suo successo era di avermi reso consapevole delle esatte dimensione del mondo. Diede un colpo al mappamondo, lo fece girare e mi disse - TROVALA SALERNO ADESSO: Continuammo a parlare a lungo e capii quel giorno che davanti ad una difficoltà, ad un ostacolo, una novità occorre fermarsi un attimo, guardarsi intorno, dare la giusta dimensione alle cose, trovare un bel punto interrogativo e seguire la strada da lui tracciata.

Eccolo cosa è stato per me il Professor Reuel Shinnar e capirete che quello che sono, parte di quello che sono e del professore che sono lo devo proprio a lui. Per la cronaca ho trovato una bella ragazza, l'ho sposata ed ora a mio figlio, ai miei alunni, posso raccontare di lui. Mi va di salutarlo oggi che non c’è più ricordando il grande regalo che mi fece. Il giorno della mia laurea lo vidi arrivare, nonostante l’età, malfermo sulle gambe, dopo un viaggio intercontinentale. Mi disse - NON POTEVO LASCIARE CHE DISCUTESSI LA TUA TESI SENZA QUALCUNO PRONTO A DIFENDERTI. Ciao Prof.

 

                  3.Quali sono, a tuo parere, gli stimoli più efficaci per aumentare la motivazione degli alunni

 

Motivazione. La scelta della parola è straordinaria. Non hai chiesto di apprendimento, didattica o altro, vuoi sapere della motivazione. Ti premetto che ho difficoltà a parlare di queste cose, per un motivo semplicissimo, insegno da troppo poco tempo. Quando sono entrato nella Scuola, in classe, il primo giorno avendo come unica esperienza di insegnamento gli anni da ricercatore all’Università, questa parola è entrata definitivamente nel mio vocabolario di insegnante. Te lo racconto.

Era una terza media e, come pensavo si dovesse fare, mi sono seduto dietro la cattedra ed ho cominciato a fare lezione. Mi guardavano fisso, senza tradire alcuna emozione, senza il più impercettibile movimento. Puoi immaginare la sensazione di un attore che, alla fine della sua performance, si trova sul palco solo, nel silenzio più assoluto, circondato da un pubblico che non applaude e non fischia? Ecco, io mi sentivo così. Fu una ragazzina, sfacciata, che, a muso duro, mi disse pressappoco - Professore è inutile che parlate. Prima dovete farci capire che cos’è la tecnologia e poi ci dovete convincere a studiarla.

Questa è la mia migliore definizione di “motivazione”. Nella Scuola è inutile ergersi a Soloni, è inutile criticare la generazione di studenti come non motivata, come lontana dall’impegno e dallo studio. Occorre capirla questa generazione e rendersi conto del nostro ruolo, cambiato. 

Ti faccio un esempio a riprova di quello che ti dico. Mio figlio, adesso di nove anni, torna da scuola palesemente annoiato e mi dice - Papà, ma se io quando non so una cosa la cerco su internet e quando non la capisco vengo da te per farmela spiegare, cosa vado a fare a Scuola? Ho riso della cosa ma poi ho riflettuto, tanto. Evidentemente non era una riflessione soltanto familiare e che ha trovato risposta in una considerazione trovata nel documento sulla politica nazionale di contrasto del fallimento formativo e della povertà educativa, in cui si definisce la generazione dei nostri studenti, come la prima ad avere a che fare con docenti che non hanno più il monopolio delle conoscenze e dei mezzi per trasmetterle. In soldoni se ci aspettiamo che i ragazzi pendano dalle nostre labbra per sapere, imparare ed imparare a fare, andiamo incontro ad una cocente delusione. 

Questa l’idea. Quali sono i mezzi? Non so dirtelo, ma posso dirti che occorre attirare l’attenzione, creare un diversivo, fare esplodere la bomba, scioccare fino a vedere lo studente con gli occhi sgranati, incuriosito da quello che sta ascoltando. Personalmente ho seguito il consiglio del mio vecchio prof di cui vi ho già parlato. Sono un VERBAL PROFESSOR. Mi siedo tra i banchi e parlo con i ragazzi, racconto di me, del mio lavoro, della mia disciplina, li faccio parlare. Abbatto ogni distanza tra noi, instauro un clima da bar di paese dove si discute su ciò che ci piace. E’ un modo interessante per guidare la discussione verso quello che intendo trasferire. Magari sono facilitato dal fatto che la tecnologia a tutto tondo permea il nostro mondo, ma quello che mi interessa è aspettare in agguato il momento in cui vedi una scintilla nei loro occhi. Solo allora inizia il vero lavoro, quando è scoccata la scintilla, quando sai che quell’argomento ha fatto breccia nella loro curiosità.

Mi piace anche passare per quel professore che abbatte le pareti di una didattica che respira al suono della campanella. Quando cominciano a vedere che la professoressa di Italiano fa lezione insieme al professore di tecnologia, quando la visione di un film genera discussioni di letteratura, musica, robotica, storia e religione, quando fai un esperimento di scienza con quello che ti ha spiegato il prof di tecnologia per capire come funziona dal punto di vista fisico la battuta a pallavolo fatta in educazione fisica, allora sei sulla strada giusta. Li allontani dalla vecchia visione, dalla cristallizzazione della conoscenza in una etichetta fredda e limitata e li leghi alla ricerca di una conoscenza a tutto tondo. Ecco cosa vuol dire motivazione.

Chiudo con un’altra osservazione. Sir Ken Robinson lo chiama il modello TUTTI PROFESSORI UNIVERSITARI, un modello che uccide la creatività nella scuola. Perchè abbiamo la necessità di vincolare l’apprendimento al successo in tutte le discipline? Ma ce le ricordiamo quelle lezioni di quella disciplina che proprio non capivamo e che odiavamo dal profondo (strano a dirsi, per me erano proprio le lezioni di tecnologia)? Dobbiamo evitarlo. Occorre saper tirare fuori e coltivare le propensioni dei singoli. Renderli capaci di studiare tutto, ma premiarli quando sanno essere speciali in qualcosa. Mi è rimasta nel cuore l’espressione di Giovanna, una mia studentessa, non brillantissima, ma volenterosa quanto basta per non sfigurare in nessuna disciplina. Se aveste visto i suoi occhi quando disegnava vi sareste risparmiati tutta questa mia intervista. Se riusciamo a restituire quello sguardo ai nostri alunni forse avremo una Scuola diversa. 

 

    4.Una canzone dice “I professori non chiedevano mai se eravamo felici”. Ti sembra che sia una domanda da fare ai nostri studenti e alle nostre studentesse?

 

Luca Carboni, vero? Uscì qualche tempo fa la notizia che in Danimarca l’empatia era diventata disciplina a scuola. All’inizio mi venne da sorridere con un pizzico di sarcasmo. Ammettiamolo, spesso ci sembra che tra registri, programmazioni, giudizi, burocrazia varia, competenze, compiti da correggere, interrogazioni da fare, consigli, incontri con le famiglie, collegi dei docenti, dipartimenti, scrutini, PTOF, PEI, relazioni di merito e piani di miglioramento vari ci manca l’empatia per completare il quadro.

Mi sbagliavo e di molto. Se vogliamo cambiarla la Scuola, se vogliamo abbattere le pareti, se vogliamo innovare, non possiamo far finta di non interessarci alla crescita dei nostri ragazzi. La Scuola non può essere un luogo grigio in cui badare a chi fa più pagine o a chi finisce prima il famigerato programma, che pur non essendoci più, aleggia minaccioso nascondendosi nelle ombre dei nostri istituti. La Scuola deve portare luce, deve essere una palestra, un posto dove ci si esercita a diventare grandi. Ed allora il benessere psicologico dei nostri ragazzi diventa un obiettivo imprescindibile.

Hai presente quel film di animazione della Pixar, Monsters & Co? Meraviglioso, una allegra parafrasi del mondo della scuola. Un mondo parallelo, quello dei mostri (noi docenti ovviamente), in cui si estrae energia per la vita quotidiana utilizzando le urla di terrore dei bambini. Alla fine del film ci si rende conto che l’energia sviluppata dalle risate dei bambini è di svariati ordini di grandezza superiore. 

Ecco allora che non solo è necessaria la domanda, ma è necessario farla davvero spesso , è necessario ragionare con i ragazzi su cosa significa essere felici e di come, in fondo, anche le difficoltà, per grandi o piccole che siano, possono essere affrontate con un grande sorriso. Parliamo di una Scuola incredibile, ovviamente, parliamo di una Scuola che prende per mano e che ti accompagna, ma non credo che siamo troppo lontani da questo. 

 

                5.Il tuo primo provvedimento come Ministro dell’Istruzione

 

La persona meno indicata al ruolo. Sarei il peggio Ministro che la storia della Repubblica abbia mai visto, e dire che ce ne sono stati di indegni. Però, sai, credo che un limite in tutte le riforme e le modifiche piccole o grandi che ci sono state esiste. In genere vengono a fare riforme che modificano un approccio, senza cancellare veramente il precedente, lasciando poi l’applicazione alla buona volontà dei docenti. 

Mi piacerebbe, invece, fare un cambiamento radicale nella didattica. Trasformare la Scuola, tutta la Scuola in un enorme laboratorio creativo, in una fucina di creatività capace di dare corpo alle idee dei docenti e dei loro studenti. Pensa alla mia disciplina, tecnologia. Le indicazioni nazionali forniscono argomenti per sette corsi di laurea e non esistono due docenti che fanno gli stessi argomenti. Perché non immaginare un’offerta formativa fatta di argomenti associati al singolo professore. Io insegno robotica educativa ed informatica, altri disegno e urbanistica. Perchè non permettere allo studente di scegliere cosa studiare? Otterremmo così due risultati enormi. Il primo una motivazione in partenza. Lo studente si iscrive e quando entra a Scuola inizia a studiare quello che lui ha scelto. Poi avremmo un abbattimento immediato delle mura che separano le classi. ci sarebbe un corpo docenti e un gruppo di studenti che si scambiano nell’arco della giornata andando nelle classi di riferimento. 

Un vantaggio indotto. Se non esistessero classi associate agli studenti, ma classi legate ai professori, ogni classe prenderebbe forma secondo l’idea del docente e diventerebbe, senza particolare sforzo, uno spazio laboratoriale. Il laboratorio, lo sappiamo bene, non è uno spazio fisico, ma uno stato mentale e non è possibile legarlo agli arredi o alle discipline scientifiche, ma è un modo di affrontare ricerca sperimentazione e studio.

Esagero? Esagero. Mi piacerebbe abbattere anche il confine tra gli anni di studio. La Scuola è una palestra e come tale deve offrire un allenamento continuo ed a difficoltà crescente. Se ho degli studenti brillantissimi perché vincolarli al primo anno di corso se possono seguire alcuni argomenti senza difficoltà con gli studenti di anni superiori? E se qualche studente mostra delle lacune, perché non garantirgli la possibilità di frequentare con qualcuno più piccolo di età? Trasformerei anche la Scuola elementare e medie in campus veri e propri.

Per la cronaca questa idea non è mia, ma di una mia classe di un paio di anni fa a cui chiesi come avrebbero cambiato la loro scuola se ne avessero avuto la possibilità. Loro, gli studenti, le idee le hanno ben chiare.

   

                6.Lettura: ebook o carta?

 

La risposta è immediata e ovvia: Lettura. Non credo esista strumento migliore per crescere. Un libro unisce passato, respira della storia del periodo che racconta e del periodo in cui è stato scritto. Un libro costruisce il presente, ti costringe a pensare, forma la tua mente e introduce al futuro. Un libro, piccolo, magari scritto male ti cambia.

Personalmente, lo ammetto, carta. Rimpiango certi pomeriggi d’estate in cui il tempo si fermava. Ero steso sul letto fermo, immobile a non fare niente e leggevo. Credo siano stati i momenti più formativi di tutta la mia vita. Mi è rimasta quella lentezza che con i libri digitali non ritrovo. Inizio a sentirmi cullare tra le pagine, perdo il contatto con la realtà e sono lì che navigo tra le righe stampate. 

Credo fosse il 1994, massimo il 1995. Esame di Programmazione di Calcolatori Elettronici ad Ingegneria. Venerdì pomeriggio, lezione dalle 14:00 alle 18:00, una vera e propria prova di resistenza. La prof.ssa Wilma Russo, ne ricordo ancora il nome, ci mostrò questa idea di futuro in cui il supporto cartaceo sarebbe sparito e avremmo avuto libri su supporto digitale (non avevo nemmeno ancora il mio primo pc, pensa). Alzai la mano e, col caratteraccio che mi ritrovo, affermai che avrei preferito morire piuttosto che vedere un futuro del genere senza pagine da sfogliare. Ne seguì un litigio ed una discussione intensa e con toni accesissimi che, ovviamente, non ha spostato di un millimetro gli equilibri iniziali.

La penso ancora così? No. Semplicemente i ragazzi, anche quelli delle medie, non sono abituati alla lentezza del libro cartaceo. Non accettano la lettura, li annoia. Ma se gli regali un kindle e gli fai leggere un e-book, la musica cambia e si appassionano alla lettura. E allora la rifaccio io la domanda, Carta o e-book? la risposta è…. Lettura, sempre e comunque.

         

                   7.Quali sono le metodologie didattiche che hai sperimentato di recente e con quali risultati

 

Prometto brevità. Sperando che la mia opinione non sia invisa al mio amico Mimmo Aprile, ho qualche remora a fidarmi delle metodologie. Non perché non funzionino, ma perchè, secondo me, non funzionano a prescindere. La Scuola è efficace quando al centro del processo educativo ci sono gli studenti e, in questo caso, il successo è garantito a prescindere dalla metodologia usata.

Abbiamo a che fare con ragazzi che stanno crescendo con dei microcosmi interiori che si uniscono, si intersecano e si modificano con una velocità tale che trovo davvero arduo individuare una metodologia di successo.

Confesso, però, che ce ne sono alcune particolarmente interessanti. La Flipped Classroom, la PBL (project and problem based learning) mi affascinano particolarmente. Ricordi l’importanza che do al dubbio e all’approccio critico di quello che si fa? Ecco, il motivo è proprio quello. Scherzando tra colleghi mi piace definirla la metodologia dell’abbandono, in cui, affidato il compito allo studente tu docente sparisci e attendi come un committente quando aspetta il lavoro del professionista a cui si è rivolto.

Certo si stabiliscono tempi, si aiuta, di spinge all’errore per verificare la capacità di convergenza verso una soluzione, si monitorano gli stati intermedi, ma alla fine regali allo studente autonomia e autostima.

                       

                       8.Quali sono gli strumenti che usi quotidianamente nella didattica

 

Mi piacciono le Google Apps for Education che spingono alla multidisciplinarietà e alla condivisione. Si integrano con i sistemi di mappatura open che faccio usare spessissimo, permettono di programmare bot telegram, di seguire i dati di esperimenti scientifici e di interagire con i sistemi robotici che faccio usare ai ragazzi, basati sulla scheda di prototipazione di Arduino. Ho la fortuna, poi, di lavorare in una scuola dotata di un laboratorio avanzatissimo dove abbiamo ogni sorta di robot, da quelli della Lego a quelli della Mblock, dai kit Arduino alle stampanti 3D, ben tre. Lavoro su coding ed informatica con gli strumenti gratuiti che offre la rete, faccio ampio uso di smartphone e dispositivi mobili, ma non rifuggo dallo studio della meccanica e della fisica utilizzando materiale povero e di consumo reperito nel giardino della scuola, a casa o per strada.

La verità, Paola, è che sono tutti strumenti e occorre evitare, comunque, un errore che troppo spesso vedo fare nelle scuole da colleghi pur volenterosi e carichi di entusiasmo. Non si deve piegare la didattica allo strumento che vuoi utilizzare. Devi fare un’attenta analisi dei bisogni formativi dei ragazzi e devi avere la capacità tale (la progettazione in questo è fondamentale) di scegliere lo strumento migliore per il tuo scopo. Abbiamo un obbligo nei confronti dei nostri ragazzi, quello di valutare, in qualche maniera, i risultati ottenuti con loro. Se non lo facciamo rischiamo di trasformare la nostra classe in una sorta di giocheria dove trascorriamo momenti bellissimi con i nostri studenti, ma lontani dai nostri obiettivi educativi. 

Certo più strumenti abbiamo a disposizione più facile è poter scegliere quello più adatto, altrimenti finiamo come diceva Abraham Manslow - Se l’unico strumento che abbiamo a disposizione è un martello, prima o poi tutto inizierà a somigliare ad un chiodo.

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