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Io, Internet e Primo Levi

Chi ha bisogno di punirsi trova occasioni dappertutto.

(P.Levi, A fin di bene, in Vizio di forma, Tutti i racconti, a cura di M. Belpoliti, Einaudi 2006)

 

Cosa raccontare in una classe oggi, 29 ottobre, mentre stanno cercando il significato di una parola sullo smartphone?

“Gergale, cerchiamo insieme cosa significa, andiamo su Treccani.it” dice l’insegnante.

Link, download, cerca, condividi, connessione, rete, web, internet, wi-fi, app: sono solo alcune delle parole delle quali non si potrebbe più fare a meno. Ma c’è una parola sottesa a tutte: velocità.

 

Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova; la bellezza della velocità. Un automobile da corsa col suo cofano adorno di grossi tubi simili a serpenti dall'alito esplosivo... un automobile ruggente, che sembra correre sulla mitraglia, è più bello della Vittoria di Samotracia.

(Manifesto del Futurismo, art.4)

Pubblicato nel 1909, il Manifesto del Futurismo contiene tanto del nostro presente. Saltelliamo da un gestore telefonico all’altro, da un contratto all’altro solo ed esclusivamente per garantirci quella velocità che è la velocità più velocità di tutte le altre: la velocità della connessione. 

Sono passati cinquanta anni dal primo scambio di dati tra due computer. La velocità di connessione di allora era circa 2700 volte più lenta delle connessioni a banda larga di oggi. Come raccontarlo a chi è connesso a tempo pieno? E soprattutto: quale senso dare a questa narrazione?

Non saprei trovare un racconto migliore di A fin di bene di Primo Levi per raccontare la rete. Scrivendo nel 1987 all’editore che aveva deciso di ristampare la raccolta di racconti Vizio di forma (edito la prima volta nel 1971 per Einaudi), l’autore spiega che quei racconti erano legati ad una visione catastrofica e disfattista, ma non erano mai stati tradotti né avevano vinto premi per il fatto di non essere considerati dalla critica abbastanza catastrofici. E’ in questa lettera che l’autore riconosce il valore ironicamente profetico delle sue narrazioni, raccontando che

Siamo ancora lontani da una realizzazione del racconto “A fin di bene” ma dopo alcune esitazioni la Sip ha assegnato alla mia seconda casa di Torino un numero telefonico che è l’esatto anagramma del mio di Torino.

Partiamo da qui. La Sip, Società Italiana per l'Esercizio delle Telecomunicazioni. Per me un ricordo di famiglia: mia madre iniziò a lavorare a sedici anni nel settore. Erano gli anni dell'espansione, sarebbe andata in pensione negli anni dei profondi cambiamenti. Ho mangiato pane e telefono. Me lo ricordo, il vecchio telefono.

Mostriamo alla classe un telefono a disco. Facciamo un numero. Cosa si poteva fare nel frattempo? Il disco doveva girare. Provate ad andare in Internet con questo…

Il racconto A fin di bene appartiene a questo mondo, eppure parla del nostro.

L’ingegner Masoero, che si occupa di telecomunicazioni, è alle prese con una serie di reclami per il cattivo funzionamento della rete telefonica. Non molto lontano dal suo ufficio, il suo antagonista, Rostagno, era più che attento nel riferire i reclami. Eppure, c’era un reclamo che non era come gli altri. Agli abbonati accadeva di chiamare un numero telefonico, ma a rispondere era un altro numero, non uno a caso, ma il numero delle persone con cui abitualmente comunicavano. Strano. La situazione precipitò: i pochi abbonati che si erano lamentati diventarono migliaia.

Si registrò ad un tratto in tutta Europa un alto numero di «chiamate bianche»: due apparecchi, spesso in paesi diversi, squillavano simultaneamente, e i due abbonati si trovavano in comunicazione senza che alcuno dei due avesse chiamato.

Insomma, era come se la Rete fosse animata, manifestasse una volontà perfettamente in linea con l’obiettivo per la quale era stata creata: facilitare la comunicazione. E qui viene la frase più straordinaria di Levi:

(…) essa non possedeva il patrimonio di informazioni adatte a mettere in comunicazione fra loro individui sconosciuti idonei a diventare amici o amanti o soci in affari, perché non ne conosceva le caratteristiche individuali se non attraverso le loro brevi e saltuarie comunicazioni: conosceva solo i loro numeri telefonici.

Come sembra lontano e come è vicino questo mondo in cui persone lontane intrecciano le loro vite attraverso la rete…

Ma come portare in classe la storia, una storia della quale siamo protagonisti noi, i vecchi e i giovani, una storia che non è finita?

L’intervista può essere uno strumento interessante. In occasione dell’Italian Internet day, 30 anni di Internet in Italia, realizzai un’intervista doppia con uno studente: ci dividevano gli anni, ma le nostre idee rispetto alla rete erano sostanzialmente simili.

Internet e noi, intervista a due voci

Non sapevo ancora (mentre giravo l’intervista) che avrei avuto la fortuna di conoscere Luciano Lenzini, l’uomo che il 30 aprile 1986 aveva portato l’Italia nella rete. Il prof. Lenzini ha incontrato gli studenti del Liceo Scientifico Pepe e dai media di una chat è venuto fuori questo video. In aula di robotica LEIS (Lego Education Innovation Studio) Lenzini prova la mano robotica costruita con gli Ev3 della Lego da alcuni studenti (Fabio Ciraci, Amos Elia e Piero Prete).

Qui il video

La storia della mano robotica subito ribattezzata Handy (e subito duplicata e così le mani sono diventate due) è strettamente legata alla rete: navigando e curiosando tra un tutorial e l’altro, i nostri aspiranti ingegneri si erano ingegnati (appunto) a costruire la prima mano. Navigando, quindi. Non è singolare che Luciano Lenzini abbia potuto provare un oggetto costruito da studenti grazie alla rete e all’utilizzo della rete a scuola?

 

Dovrò cominciare a pensare che Rostagno, il personaggio del racconto di Primo Levi, avesse ragione. Credeva, infatti, che la Rete stessa fosse animata da una volontà sostanzialmente buona.

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