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Ci vorrebbe una didattica slow

Cosa è successo? Stavo leggendo Era una notte buia e tempestosa e poi si è spento tutto.

Ricordo come in un sogno i nostri occhi che si incrociano, colleghi, occhi interroganti, i primi provvedimenti che si affastellano, le prime decisioni da prendere, l’ultima volta che ho parcheggiato l’auto nel cortile della scuola. Poi la scrivania, gli auricolari, occhiali, il pc, lo smartphone, caricabatterie, cuffie, modem, iPad, chiavette, appunti, libri, burro di cacao, il collirio, acqua, un cavalletto per reggere lo smartphone, la piastra per i capelli. Fuori la paura.

È cambiato tutto.

Eravamo qui

 

Adesso siamo qui

Discontinuità. Totale discontinuità se consideriamo che le connessioni sono riconfigurabili.

Ricordo che il mio primo Dirigente scolastico nel Liceo, prof. Martino Sante Liuzzi, soleva dire che ogni cambiamento è traumatico, ma fondamentale per la nostra crescita. Ci spronava a guardare avanti, ad interrogarci, a lavorare insieme con una straordinaria lucidità e caparbietà. A quegli anni devo molto di quello che sono adesso.

Il cambiamento e il trauma: sembra che negli ultimi anni molti abbiano praticato lo sport di tenersene lontani con la costruzione degli alibi più fantasiosi. Adesso ci siamo.

La prima risposta degli insegnanti in tutto il paese è stata “continuiamo a fare scuola”. E si è attivata la modalità della didattica a distanza grazie alla rete e agli strumenti (tutti) che la tecnologia mette a disposizione. Non c’è stata differenza, se non nella fatica, tra chi era pronto, più pronto, quasi pronto, meno pronto: tutti hanno risposto “presente”.

E nel 2020 la Scuola italiana è salita sul banco di prova.

Il primo collaudo riguarda la relazione docente/studente. Venuta meno la fisicità, ci mettiamo in contatto con gli studenti. E qui si è aperto un mondo. Come mantenere la comunicazione con i ragazzi?

Presa d’assalto, l’infrastruttura di rete ha dimostrato tutti i suoi ritardi, tutta l’inutilità delle vetrine e degli slogan, degli annunci e dei timer fatti partire e poi azzerati di nuovo. Inutile girarci intorno: non eravamo pronti a sostenere in tutto il paese una connessione accettabile per garantire a tutti (ma proprio a tutti) di continuare a sentirsi “a scuola”.

Quali soluzioni adottare? Le abbiamo praticate tutte pur di vincere la sfida: abbiamo raggiunto i ragazzi e le ragazze nelle loro case, abbiamo indagato sul perché qualcuno fosse latitante, abbiamo condiviso opinioni e appreso da loro cose nuove.

Il secondo collaudo è stato (ed è ancora nei dibattiti) la routine.

Di fronte all’ignoto, nel momento in cui è chiaro che dovremo adattarci a ridisegnare il nostro anno scolastico (ormai sul finire) sulla base delle indicazioni di ogni nuovo provvedimento governativo, la prima reazione, quella più umana, è stata “rinnovare la routine”:

l’unità oraria di lezione, l’avvicendarsi dei docenti nelle classi, la campanella, l’ingresso in classe, la registrazione delle assenze e delle presenze, le verifiche orali, le verifiche scritte, i recuperi, tutto questo può continuare con un pc, una piattaforma, connessione, auricolari. La reazione è stata più o meno quella di chi ha assaltato i supermercati: attraverso la rete si sono messi a viaggiare (destinazione alunni) compiti e compiti e compiti e compiti e compiti e compiti e (destinazione docenti) compiti e compiti e compiti e compiti e compiti.

Nei primi giorni, fagocitata completamente dal mio ruolo di Animatore Digitale, ho pensato anche io che la cosa più urgente da fare fosse ripristinare una routine. Poi ho cambiato idea. E ve lo racconto, semplicemente, professando la mia ignoranza su tante cose e confessandovi che mantengo la mia lucidità leggendo.

Il terzo collaudo. La scuola sul banco di prova della formazione degli educatori.

Non so quando è successo, ma ad un certo punto, rispondendo ad una chiamata mentre scaricavo un’app e prendevo appunti, ho capito che non abbiamo riferimenti, non abbiamo letteratura, non abbiamo esempi per la situazione che stiamo vivendo. E che in questo momento non stiamo facendo didattica a distanza come l’abbiamo appresa dalle belle lezioni di Roberto Maragliano e neanche didattica digitalmente aumentata come l’hanno disegnata nelle loro ricerche e studi Paolo Ferri e Stefano Moriggi: stiamo facendo una cosa mai fatta prima. Potremmo definire questa situazione come apprendimento in condizioni estreme.

Protagonisti, nostro malgrado, di questa prova di realtà, dobbiamo dimostrare di essere competenti come educatori del XXI secolo. Significa saper parlare l’alfabeto del nostro tempo, il digitale. Significa saper riconoscere il digitale come “nastro trasportatore” del nostro tempo (come si spiega chiaramente nel documento più importante di questi anni di innovazione, il Piano Nazionale Scuola Digitale).

È scritto nel framework europeo delle competenze digitali degli educatori:

“Educators are role models for the next generation. It is therefore vital for them to be equipped with the digital competence all citizens need to be able to actively participate in a digital society” (Redecker, C. European Framework for the Digital Competence of Educators: DigCompEdu. Punie, Y. (ed). EUR 28775 EN. Publications Office of the European Union, Luxembourg, 2017, ISBN 978-92-79-73494-6, doi:10.2760/159770, JRC107466)

 In questa situazione nuova, sconosciuta, dobbiamo dimostrare di essere competenti.

Mi viene in mente (ricordate l’andare a teatro?) quando entra in scena il maggiordomo e dice quella sola battuta, ripetuta, sempre la stessa: “Il pranzo è servito”. Questo modello teatrale e ripetitivo dell’insegnamento (per chi ha liberamente inteso la propria professione di insegnante in questo modo), già in crisi da molto tempo, ha rivelato la propria inadeguatezza con l’arrivo delle tecnologie della comunicazione anche sotto (!) i banchi di scuola. Nel contesto in cui siamo non trova alcuna applicazione. Dobbiamo cercare un nuovo modello.

Ecco, dovremmo cominciare a chiederci: quale didattica?

E anche qui ho sbagliato perché le abitudini sono dure a morire: dovremmo chiederci quale dialogo educativo? In quale ambiente lo pratichiamo? Cosa significa insegnare qui e adesso per un futuro che ora non è dato di conoscere?

Una cosa è per me chiara, molto chiara, forse perché lo era anche prima: bisogna focalizzare sul processo e non sul prodotto. Intorno al processo devono convogliare tutte le nostre energie. Bisogna riscrivere tutto e non si può copiare e incollare.

In primo luogo perché è necessario in questo momento praticare, in qualunque modo, l’empatia. In ogni casa ci sono persone, nuclei famigliari diversi, con problemi diversi. Gli appartamenti sono diventati improvvisamente stretti, l’aria comincia a mancare, le emozioni devono trovare spazio, possiamo dare il peggio e il meglio di noi.

Adattare il modello di scuola che pratichiamo ogni giorno a questa situazione, piegare l’uso delle tecnologie per mantenere in vita e riprodurre i tempi e gli spazi della scuola-fabbrica, rigida, obsoleta, semplicemente non è sano nella situazione che stiamo vivendo. Siamo destinati a soccombere se ci ostiniamo a riprodurre quella routine così rassicurante.

Dobbiamo andare in un’altra direzione, dare una risposta nuova. Mi sembra che sia opportuno rallentare. Si sono ristretti gli spazi in cui viviamo, si è dilatato il tempo di queste lunghe nostre giornate. Dobbiamo rinegoziare il nostro patto formativo con la famiglia perché ogni giorno siamo nelle case dei nostri studenti, con la nostra voce, con i nostri volti. E per la scuola primaria forse dobbiamo pensare a formare i genitori che faranno da ponte oppure faremo tutti insieme. Tutti insieme la scuola che possiamo, fermo restando che vicinanza e presenza non sono la stessa cosa. Ma non abbiamo scelta.

Penso ad una didattica slow, dove il tempo dilatato sostituisce il tempo contingentato, dove l’aula virtuale sostituisce l’aula fisica, dove l’attenzione al processo sostituisce l’ansia del prodotto, dove l’orizzontalità sostituisce la verticalità.

Non si può permanere in aula virtuale dalle 8:00 alle 13:00 fermi davanti ad uno schermo esattamente come si farebbe in presenza: né in presenza né a distanza può essere valido questo modello.

Cambiamo gli occhiali.

«L’approccio dominante all’insegnamento, dall’alto verso il basso, il cui obiettivo è formare un essere competitivo e autonomo, sta cominciando a cedere il passo a un’esperienza educativa distribuita e collaborativa concentrata sull’instillare il senso della natura sociale della conoscenza. In questa nuova ottica l’intelligenza non è qualcosa che si eredita o una risorsa che si accumula ma, al contrario, un’esperienza condivisa distribuita tra le persone» (Jeremy Rifkin, La terza rivoluzione industriale, capitolo Rifare la scuola, Mondadori, p.276).

Vero è che potevamo abbracciare questo cambiamento già da tempo. Servirebbe, di questi tempi, saper maneggiare certi argomenti.

Penso ai progetti promossi da INDIRE in questi anni, in particolare alle ricerche sugli ambienti di apprendimento.

Perché cambiare gli spazi dell’apprendimento? Interventi di questa natura sono spesso complessi e richiedono risorse e capacità di ripensare metodi e modelli consolidati nel tempo. Il passaggio dalla scuola della società industriale alla scuola per la società della conoscenza, richiede scenari d’uso, strumenti e metodi diversificati.

Questa l’introduzione che presenta il modello 1+4, il modello INDIRE degli spazi educativi per il nuovo millennio

http://www.indire.it/progetto/ll-modello-1-4-spazi-educativi/

Proviamo ad ispirarci a questo modello per risolvere il nostro problema, a tradurlo, dopo tutto ho preso una laurea in Lettere Classiche che, devo dire, aiuta molto.

Lo spazio 1, lo spazio di gruppo aperto alla scuola e al mondo potrebbe essere lo spazio in cui siamo tutti noi, insegnanti e studenti, la rete.

Lo spazio individuale e lo spazio informale possono costituire un contenitore unico (che in questo momento è la casa, la cameretta nella maggior parte dei casi) e rappresentare il luogo nel quale coltivare la noia, la lettura, l’ascolto di musica, la visione di una serie TV. Queste attività saranno guidate dal docente, dall’esterno, in maniera non impositiva ma di condivisione: stabilire nell’arco della settimana dei momenti dedicati alla lettura o all’ascolto con un meeting organizzato dal docente in videoconferenza e l’intervento di tutti i lettori o ascoltatori che recensiscono.

Lo spazio dell’esplorazione è il momento della ricerca: insegnare l’uso della rete per ricercare, valutare, scegliere fonti da mettere insieme per costruire dei percorsi può essere in questo momento una bella opportunità.

Nell’agorà ci incontriamo tutti: potrebbe essere una chat vocale dove ascoltiamo le nostre voci, anche con le difficoltà della connessione, i rumori che provengono dalla cucina, la mamma che chiama, le risate, i ricordi di quando eravamo in classe, il racconto di un futuro in cui torneremo.

«Nel micro-learning» scrive Pier Cesare Rivoltella «si parte dalla ricchezza delle esperienze possedute dagli studenti e si giunge a una rete di senso che le aggrega e le connette al sapere sapiente» (P.C.Rivoltella, P.G.Rossi, Il corpo e la macchina. Tecnologia, cultura, educazione, Scholé, p.135)

Dobbiamo focalizzare sulla dimensione ludica, sullo stimolo della creatività, della curiosità, sull’effetto sorpresa che rompa il grigiore della giornata (lanciare una sfida di traduzione dal latino, la risoluzione di un problema di fisica), cercare, ognuno nella propria disciplina, tutto quello che può emozionare. E il sapere può essere così emozionante quando viene vissuto... 

Paola Lisimberti

 

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