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Il digitale come plug-in della didattica

Un plug-in, tecnicamente, in Informatica rappresenta una estensione di funzionalità non autonome di un programma principale. Ne estende, quindi, le potenzialità, non le aggiorna, come, invece, fa una patch, ossia una porzione di codice progettato per aggiornare l'esistente.

In epoca di emergenza Covid-19 (alias coronavirus), invece, il mondo della scuola sembra aver improvvisamente scoperto l'importanza delle tecnologie ma, invece che usarle a supporto della didattica, le sta usando per aggiornare una versione precedente di se stessa. Come farebbe una patch, appunto. 

Faccio un salto indietro nel tempo e mi ritrovo nel 2008. 12 anni fa. 
Sembra una fiction che va in onda sulle reti Rai in questi stessi giorni ma non è così.


Nel 2008, Steve Jobs aveva da poco lanciato sul mercato l'iPhone e si cominciavano a sentire termini strani tipo "always on", cioè stare sempre sul web, iperconnessi. 
Al tempo francamente non riuscivo a comprendere per quale stramaledetto motivo avrei dovuto portarmi appresso uno schermo che ritenevo gigante rispetto al mio comodissimo cellulare Motorola Razr V3 (in figura), che stava in un taschino della camicia. Per essere sempre raggiunto dal lavoro, dalle email (che faticosamente configuravo su protocollo di connessione WAP)? O per stare su Myspace o Facebook? A che pro? Anzi, non ce l'avevo l'account Myspace. E cedetti parte della mia sovranità a Zio Zuck proprio quell'anno. 
Motorola Razr V3  Steve Jobs presenta iPhone

Quell'anno facevo un po' di cose tutte insieme: insegnavo part-time, lavoravo come consulente (esperto di trasferimento tecnologico) in un progetto di innovazione territoriale e seguivo il corso abilitante per poter essere inserito nella "giostra" della Graduatorie ad Esaurimento.

E proprio facendo queste attività che venni a contatto con alcune cose che, oggi, mi rendo conto quanto abbiano inciso.

La prima è un progetto CORDIS (COmmunity Research and Development Information Service) del VI Programma Quadro dell'Unione Europea per la Ricerca e Sviluppo: il DBE (Digital Business Ecosystem). Nello specifico (ma è un dettaglio), il progetto PEARDROP.
14 milioni di euro, dei quali 10.5 finanziati dal Bilancio EU. 
Qual era l'idea? Favorire lo sviluppo territoriale creando un vero e proprio ecosistema socio-economico-culturale, basato sull'utilizzo delle IT come volano del cambiamento. Il punto nodale era l'eAdoption, cioè la diffusione delle soluzioni tecnologiche ad alto tasso di conoscenza mediante:

  1. infrastruttura a Banda Larga
  2. parchi tecnologici che fungessero da facilitatori
  3. soluzioni IT sviluppate da imprese high tech
  4. favorire reti di imprese per fruire di soluzioni IT avanzate.

Campi d'applicazione? Tantissimi: dall'e-health (immagini diagnostiche ad altissimo tasso di contenuto digitalmente aumentato) al rapid prototyping (la stampa 3d dice qualcosa?) per ridurre i tempi di realizzazione di un prodotto.

Quale poteva essere il motore di quel sistema? Una Tripla Elica teorizzata, attenzione, nell'ancora più lontano 1995 da Etzkovitz e Leydersdorff (THE TRIPLE HELIX---UNIVERSITY-INDUSTRY-GOVERNMENT RELATIONS: A LABORATORY FOR KNOWLEDGE BASED ECONOMIC DEVELOPMENT  - EASST Review 14): un sistema in cui  l'impresa guida, l'accademia ispira e l'amministrazione coordina per uno sviluppo integrato (ecosistema) territoriale.

Già, l'accademia. O, ancor meglio, il sistema di istruzione e formazione, nel suo complesso. Che, peraltro, dovrebbe avere un ruolo importante nello sviluppo delle competenze (digitali) di un cittadino pro-sumer (ossia consumatore attivo e consapevole) di contenuti digitali. Perché questo svilupperebbe la domanda di un tale sistema, innescando lo "scoppio" iniziale perché quell'elica possa davvero funzionare.

Mi chiedo spesso, ripensando a quegli anni, quanto il sistema di istruzione abbia perso tempo dietro a sofismi, per non dire ostracismi, verso l'introduzione, nel suo "quotidiano" non tanto di ferraglia tecnologica (oh, quella c'è, in abbondanza anche...) ma di competenze e abilità. 
Penso spesso a quanto gli studenti, nativi digitali per citare il Prof. Paolo Ferri, non siano in realtà stati abbandonati davanti ad uno schermo, grande o piccolo che sia. Sperando che questo bastasse per renderli utenti consapevoli della tecnologia. E quando ciò non è avvenuto (cioè quasi mai), la reazione del sistema scolastico è stata quella di demonizzare lo strumento: i device fuori dalla scuola! Citando una circolare del marzo 2007 (sic!), dell'allora Ministro Fioroni. Che, naturalmente, non si riferisce agli smartphone ma ai "cellulari". Perché non era ancora giugno 2007 e Steve Jobs non aveva ancora lanciato l'iPhone sul mercato.

Provate a requisirli ora, i cellulari! Pardòn, gli smartphone.

Il sistema scolastico italiano si è sdegnatamente ed orgogliosamente rifiutato di introdurre, su larga scala, a livello sistemico, per tempo, la pratica di metodologie didattiche basate sull'uso degli strumenti IT (a nulla sono valsi i piani PNI, Brocca, buon ultimo il PNSD) se è vero come è vero, ad esempio, che solo il 30% dei soldi della Carta del Docente è stata spesa in formazione e ben il 70% in device (dati Sole24Ore): in pratica, abbiamo comprato l'auto senza avere la patente e non la sappiamo guidare. Oppure lo sappiamo fare approssimativamente.

Ovviamente, sui grandi numeri, bisogna sempre fare dei distinguo: nella massa, ci sarà chi saprà guidare benissimo, chi abbastanza bene, chi in modo incerto e chi malissimo.
Fuor di metafora, le scuole (e i docenti) che hanno investito tempo e soldi in formazione hanno risposto in modo adeguato mentre chi, invece, pur avendo risposto "presente" (e, di questo, va dato atto alla bistrattata scuola italiana), lo ha fatto cercando di traslare in digitale le pratiche quotidiane della didattica in presenza. Peraltro, facendo una gran fatica. Perché, in realtà, ciò non è fattibile: bisogna ripensare completamente l'agire didattico. 

Perché la tecnologia non è neutra, quando viene applicata. E, si badi bene, non è un fatto legato al digitale: ogni "tecnologia", anche quelle che non siamo più abituati a considerare tali (ma lo sono) hanno comportato dei radicali cambiamenti. Si pensi alla scrittura (il mito di Theuth di Platone è straordinario in questo); o la stampa di Gutenber; la radio, la televisione. Il digitale ha, però, un qualcosa in più. Anzi due: la pervasività e, soprattutto, la velocità di sviluppo: 12 anni son bastati per passare dal cellulare allo smartphone con tutto ciò che ruota intorno.

    

Il sistema di istruzione ha, per lungo tempo, guardato a questo maremoto, a volte, da spettatore passivo, altre come se potesse addirittura cambiarne il corso. Il risultato è che lo tsunami #covid19 ha travolto tutto, facendo ben comprendere quale sia la portata dell'IT nella didattica.

Ma, tuttavia, bisogna essere onesti nel dire che la dicotomia tra didattica a distanza e didattica in presenza non ha ragion d'essere: esiste solo una categoria, senza complementi, ed è la didattica. Aumentata dalla tecnologie.
Invece, proprio forse a causa di anni persi a discutere tra tecnofocici e tecnoentusiasti, la attuale didattica proposta dalle scuole è una patch (che, poi, significa "toppa") e non un plug-in. E, forse, non potrebbe essere diversamente. Almeno per ora.
Ma bisogna andare oltre questa emergenza.

Ed ecco che mi torna in mente qualcos'altro, dal lontano 2008.
Corso di formazione per abilitazione all'insegnamento. Tra tante cose, oggettivamente, inutili, due cose fondamentali: Edgar Morìn e la sua "Testa ben fatta"; la FAD (Formazione a Distanza) e i L.O. (Learning Object).

Sulla prima, c'è poco che io possa dire se non che è stato illuminante. Sebbene lo abbia, davvero, compreso qualche anno più tardi. Ecco, oggi dovremmo riscoprirlo, rileggerlo, per capire che no, non serve assegnare consegne e "finire il programma" ma aiutare gli studenti a connettere i saperi.
 
Sul secondo, invece, qualcosa da dire ce l'ho. 
Intanto un aneddoto: Prof di quel modulo, il temutissimo docente con cui avevo sostenuto l'ultimo esame in Università: Basi di Dati, in un torrido luglio del 2001, a smadonnare con il server Oracle che non ne voleva sapere di riconoscere il lavoro impostato su altri sistemi stand-alone (e gli informatici staranno a dire: e grazie! Avete ragione...ero giovane!). Non solo: nel 2002 me lo ero ritrovato tra i piedi anche all'esame di abilitazione alla professione.
Immaginatevi il colpo al cuore. Ancora lui! Si, per fortuna, ancora lui.
Perché, davanti ad un caffè, smontò la tensione dicendomi: "non mi deve vedere come il docente di Basi di Dati ma come un collega che le sta insegnando qualcosa." Era simpatico. Lo avevo scoperto tardi.
Ma, soprattutto, ci portò a creare un learning object su Docebo (allora gratuito) installando un simulatore Apache Server (vi prego, perdonate alcuni tecnicismi...ma sono pur sempre un maledetto ingegnere informatico...). Da dove partì? Dalla comunicazione. Geniale. Chiaro. Semplice. Diretto.
Fu lì che compresi che dietro la realizzazione di un L.O. c'era una modalità differente di pensare l'attività didattica.
Ecco, se, davvero, vogliamo parlare di FAD, dobbiamo partire dal pilastro costitutivo: il learning object.

Bisogna partire dal presupposto che lo sviluppo di contenuti didattici on line, proprio perché pensati per una delle tecnologie (Internet e il web) maggiormente innovative, in termini di cambiamento di paradigma, presuppone il cambiamento anche delle modalità di progettazione, creazione, fruizione e veicolazione del contenuto stesso. 

Un Learning Object (LO) è per definizione, <<qualsiasi risorsa digitale che può essere riutilizzata per supportare l'apprendimento>> (Wiley, 2000).
La definizione è sufficientemente ampia, ma sintetica allo stesso tempo, poiché restringe la categoria alle risorse digitali nonché punta sulla riusabilità in contesti di apprendimento.

Tecnicamente, un L.O. dovrebbe essere gestito mediante un LMS (Learning Management System) o, in modo più ampio, da un LCMS (Learning and Content Management System), ossia una piattaforma web in grado di amministrare, documentare, tracciare, ed erogare contenuti digitali multimediali.

Un L.O. deve avere delle caratteristiche fondamentali:

  • autoconsistenza
  • modularità
  • reperibilità
  • riusabilità
  • interoperabilità

Un L.O. deve essere autoconsistente, ovvero fruibile singolarmente, e costituito da uno o più “asset”, ossia elementi (video, immagine, documento, etc…) coerenti tra di loro e finalizzati ad un obiettivo formativo.
Un L.O., rispondendo al principio di progettazione O.O.P. (Object Oriented Programming), deve essere modulare, ossia aggregabile con altri L.O.
Un L.O. deve essere facilmente reperibile in rete, grazie alla marcatura con i tag/metadati.
Un L.O. deve essere riusabile, in diverse situazioni di apprendimento.
Infine, deve essere multipiattaforma, per garantire la interoperabilità (formati open, come SCORM-Shareable Content Object Reference Model).

Senza alcuna pretesa di esaustività, un L.O. dovrebbe contenere, queste sezioni:

    1. Titolo e sottotitolo.
      Il Titolo deve essere chiaro, semplice, esplicativo dell’attività per orientare lo studente.
      Il Sottotitolo deve introdurre un minimo livello di dettaglio riguardo l’attività, magari in modo accattivante, tale da attirare l’attenzione del corsista.
    2. Obiettivo formativo.
      In questo, ogni insegnante è abilissimo a declinare conoscenze, abilità e competenze.
      Tuttavia, onde evitare confusione, il consiglio è quello di esplicitare un singolo obiettivo formativo, chiaro e sintetico.
    3. Percorso.
      1. Indice
        E’ estremamente utile fornire al corsista indicazioni di massima degli step (anche come indice) dei passaggi da compiere per arrivare alla fine del percorso.
      2. Tempo richiesto
        Sempre in termini di chiarezza, utile è anche una sorta di tempo richiesto (e numero di passi svolti) per giungere al termine della lezione.
      3. Mappa concettuale
        Creare una mappa (risorse on line ce ne sono a iosa) concettuale con i collegamenti e la navigazione (se possibile) tra gli stessi contenuti.
    4. Contenuto
      Come specificato, un L.O. può essere costituito da diversi elementi multimediali, integrati tra di loro. In questa fase, è utile definire se la logica del contenuto è deduttiva (top down: dal generale al particolare, mediante esempi e casi) o induttiva (bottom-up: dal caso particolare al concetto/legge generale).
    5. Metodologia
      Non esiste una metodologia “privilegiata” ma, anche a seconda dei contenuti e, soprattutto, del formato con cui sono proposti, è possibile sviluppare una didattica basata su diverse metodologie didattiche e/o ibridandone alcune.
    6. Verifica
      E’ bene prevedere due momenti:
    • Autoverifica: l’utente viene guidato, anche fornendo dei contenuti aggiuntivi, senza l’indicazione di punteggio ma con feedback qualitativo, ad individuare i propri
    • Verifica del docente: definire la modalità (elaborato, test a risposta chiusa/aperta, etc…) e punteggio per una valutazione del percorso.
Attuare una didattica aumentata dalle tecnologie, dunque, significa progettare contenuti fruibili con modalità (inclusi i tempi) molto diversi da quanto la scuola è abituata a fare, replicando se stessa. Significa ripensare l'agire didattico, la metodologie, progettare partendo dalla comunicazione, ragionando sul mezzo (il medium latino) ma, anche, sullo storyboard della lezione, in termini di contenuti. La guida sono le competenze e quali metodologie attuare per svilupparle. Gli strumenti sono solo il "braccio".
 
Perché no, la didattica a distanza non è una videolezione infinita durante la quale leggere un libro di testo o, peggio, assegnare attività da far svolgere agli studenti. Senza feedback.
Anzi, per dirla tutta, la didattica fatta così non è didattica e, quindi, parafrasando Parmenide, ciò che non è non può essere.
La didattica, in presenza o con altri strumenti, presuppone la presenza di un mittente, di un destinatario, di un mezzo e di un contenuto. Presuppone, cioè la comunicazione per veicolare il messaggio. E il messaggio arriva se il destinatario è connesso (e, quindi, raggiunto) dal messaggio. Vale per tutto, anche per un libro di carta.
Ecco perché esiste la didattica aumentata dalle tecnologie (il plug-in) mentre la didattica "a distanza" non esiste.

Tags: Didattica, Innovazione, Digitale

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