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Mi si nota di più se rispondo o non rispondo?

Confesso di non essere andato a scuola, oggi. Tranquilli, non ho "fatto sega", non posso permettermelo: sono un Prof.
Però anche i prof beccano l'influenza e sono costretti a stare a casa.
Che bellezza!
Non bastano i 3 mesi di ferie d'estate, le (sole) 18 ore a settimana (va beh, nel mio caso 24...ma sempre "poche" sono per l'UdS-Uomo_della_Strada), i 15 giorni a Natale e i 6 a Pasqua. Posso crogiolarmi nel "dolce far niente".

INVECE NO!

Non posso permettermelo. 
Prima di tutto perché ho un problema con il sito di Istituto. E poi perché son fatto così: non riesco a star fermo.

E allora, nel frattempo che FileZilla completi la sua operazione di backup , nonostante il raffreddore e la "testa aerostatica", mi vengono in mente delle considerazioni riguardo una delle (tante) polemiche di questi giorni sulla scuola: il codice etico degli insegnanti.

L'Aran (agenzia che rappresenta gli enti pubblici nella contrattazione collettiva), secondo quanto riportato da La Stampa, sostiene la necessità di dare regole sull’uso delle chat e dei social nei rapporti tra studenti e insegnanti, introducendo divieti che, se non rispettati, potrebbero portare al licenziamento del docente.
A tale posizione, il segretario della Flc-Cgil Francesco Sinopoli contrasta tale argomentazione, poiché <<si interviene dall’alto nel punto più delicato della didattica che lega ogni docente ai suoi studenti: il rapporto umano e professionale che richiede la fiducia, la credibilità e la responsabilità. Nessuno può dire come dev’essere, quali limiti debba avere, con quale vocabolario e con quale sintassi si debba parlare. Esiste già un’etica, una deontologia, che derivano dalla prassi quotidiana dell’insegnamento. Poi, se emergono casi estremi, ci pensa il Codice penale>>.

Concordo, come forse quasi mai mi capita, con l'esponente sindacale.

Anche perché ho l'impressione che il voler mettere paletti, divieti, vincoli sia tipico di una certa forma mentis che rende bloccante il contesto scolastico inteso come ambiente di apprendimento, dove la relazione educativa si instaura ed è efficace tanto più quanto è orizzontale e non verticale. Nel rispetto dei ruoli, certo. Ma non è il "distacco" a rendere un docente "il Prof.": lo è la sua autorevolezza, la sua empatia, la sua capacità di coinvolgere uno studente nelle attività didattiche.

A ben vedere, probabilmente, questa posizione da "regolamentazione" nasce anche (se non soprattutto) dalla necessità di preservare le "regole" del contratto di lavoro: se rispondo ad uno studente, fuori dall'orario di servizio, allora faccio dello "straordinario" non pagato.

A me questa logica, delle stanze indipendenti della propria vita ("la famiglia", "il lavoro", "gli amici", ecc...) non piace, soprattutto quando porta ad una rigida suddivisione (e programmazione) del tempo a ciascuna "stanza" dedicato.
Non piace perché accosta la professione docente a quella di un impiegato di concetto (senza nulla togliere a questa categoria di lavoratori). E non è così.
Intanto poiché rimarcato nel codice etico stilato dall'ADI (Associazione Docenti e Dirigenti Italiani), dove si legge, tra le altre cose: 

  1. <<L’insegnante agisce come professionista della formazione>>
  2. <<S’impegna a salvaguarda il proprio lavoro da ogni rischio di burocratizzazione, favorendo l’azione educativa, le relazioni umane e la collaborazione professionale>>

Non ci vorrebbe null'altro per capire che se uno studente mi chiede aiuto o un consiglio o mi chiede come sto non avendomi visto a scuola, se rispondo sto solo favorendo l'azione educativa costruendo un rapporto umano, comportandomi da professionista della formazione.

Mi si nota di meno se non rispondo, allora. Nel senso che non avrò alcun ruolo nella crescita di uno studente.

Sarà perché rispondo, titolava Paola Lisimberti in questo articolo su coderschoolitalia in tempi non sospetti (gennaio 2015, TRE anni fa), spiegandone i motivi e le modalità: <<Sono stata sempre raggiungibile dagli studenti e dai genitori sul mio numero personale anche quando il cellulare non esisteva ancora. Non mi sono sottratta all’ascolto ora della mamma in ansia ora dell’alunna in crisi. E così sono finita nella chat di classe. La uso come promemoria, per ricordare ai ragazzi, ad esempio, l’orario interno delle lezioni. Qualcuno mi chiede spiegazioni su un argomento, consigli su un libro da leggere, la risposta corretta della verifica scritta. In altri casi, dalla battuta di uno studente si scatena un’orchestra e diventa difficilissimo seguire il “flusso di incoscienza”, quando non si deve anche richiamare all’ordine.>>.

Rispondo anche io, per le medesime ragioni:

  • a chi mi chiede aiuto perché non funziona un codice in qualche linguaggio di programmazione
  • a chi mi ricorda di inserire sul registro elettronico i compiti
  • a chi mi chiede consigli sul sito su cui reperire le infos
  • a chi mi chiede, semplicemente, come sto perché non mi vede a scuola da un po'.

Si, io rispondo. E continuerò a farlo. Per scelta, non per obbligo di servizio.

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