Letto per voi

Gioco e libertà. Per riflettere su come cambia la socializzazione dei bambini

 

Vale davvero la pena di leggere questo numero di  MIND. MENTE & CERVELLO, con il Dossier “Alla scoperta degli altri” dedicato alla socialità dei bambini. Non per rimpiangere il “tempo che fu”, ma per interrogarsi sul futuro dei nostri figli (che è anche il nostro). Sono stata una bambina sola che giocava da sola. Leggevo molto. Da mamma mi chiedo se lo “stare da soli” dei nostri figli sia un fatto negativo. Spesso ho risolto l’interrogativo portando me stessa come esempio: stando tanto tempo da sola ho imparato tante cose, non può essere un fatto negativo saper giocare da soli. Eppure il nostro mondo ci vuole “social”, molto “social”.

http://www.lescienze.it/mente-e-cervello/

La partita di pallone per strada. Chi la ricorda? Bande di ragazzini e ragazzine per strada? Le loro voci?

Quelle mamme e quei papà non avevano paura di lasciare i figli per strada? Mi chiedo oggi. Noi genitori oggi abbiamo paura di tutto, adesso con il cellulare la nostra capacità di controllo è estesa ovunque.

Anni Sessanta: i bambini delle famiglie monoreddito di cui parla Marco Cattaneo nel suo editoriale giocavano nel cortile.

2018: mia figlia, come la figlia di Cattaneo, ha frequentato un campo estivo, gioca da sola e trascorre molto tempo con adulti. Con i suoi coetanei mantiene vive le relazioni: si telefonano, chattano, inviano foto e video.

 Più social o più soli di VIOLA RITA, pp.32-37

L’indagine della giornalista parte dal cambiamento famigliare e sociale: il figlio unico nato quando la mamma ha già superato i trent’anni. E’ innegabile che questa trasformazione socio-economica e culturale abbia messo il bambino al centro della vita familiare. E insieme al bambino anche il suo tempo dedicato al gioco e alle relazioni con gli altri, rappresentati da coetanei estranei che hanno sostituito le sorelle e i fratelli e i cugini. Le occasioni di relazionarsi con gli altri nei cortili e nei parchi diminuiscono, aumentano, al contrario, le attività organizzate dagli adulti, che l’autrice passa in rassegna anche alla luce di studi recenti e contributi scientifici. Mi ha interessato in particolar modo la parte relativa alla dimensione del gioco intesa come centrale in un nuovo modello di didattica. L’aumento di spazi dedicati a forme di apprendimento sociale (già nelle Indicazioni Nazionali, MIUR) non può non avere risultati positivi.

“Non si può negare che la socialità dei bambini sia cambiata e stia cambiando principalmente sotto la spinta degli adulti” conclude la giornalista. Bisognerebbe avere più fiducia nelle risorse dei bambini nel relazionarsi con il mondo esterno, bisognerebbe potenziare queste risorse anche soltanto facendoli giocare di più e lasciandoli più liberi.

 

Il bambino sociale di ANNA RITA LONGO, pp.24-29

Indagini recenti concordano sul riconoscere una predisposizione biologica del bambino rispetto alla dimensione della socialità. Per questo è opportuno sostituire termini obsoleti con definizioni più articolate, parlare ad esempio di “sviluppo sociale” piuttosto che di “socializzazione”. L’autrice esamina le varie fasi di questo processo, con opportune interviste e riferimenti bibliografici, per approdare alla scuola e agli ambienti di lavoro, che costituiscono il luogo ideale per ricevere stimoli importanti. Ecco la centralità della scuola nello sviluppo sociale del bambino, importante anche nel combattere la dipendenza da Internet e da smartphone. E’ qui, a scuola, e non  in casa, in strada, al parco, che il bambino apprende a modellare i propri impulsi anche aggressivi. E si arriva a noi, a noi genitori: siamo chiamati a un ruolo nuovo, che non significa certo abdicare in favore di una genitorialità amicale. Non cedere ai capricci, rivalutare il ruolo di orari e abitudini.

 

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